come gestire la vita quotidiana senza troppe privazioni
Regole alimentari auto imposte
Quando ci si avvicina e si intraprende un percorso in campo sportivo o salutistico avviene che si scelga di attenersi a determinate “regole alimentari” e questo implica, oltre alla piena consapevolezza di quello che si assume, l’adeguarsi (in base a tale scelta ed alle proprie esigenze) a determinati parametri qualitativi e quantitativi.
Ciò mette di fronte ad una impasse: il rapporto con la convivialità e i “cibi diversi”. Se prima, trovandosi di fronte ad un invito a cena, al pranzo di Natale o ad un matrimonio era sistematico lasciarsi coinvolgere senza problemi o dubbi nell’evento, dopo può accadere di iniziare a dubitare, tentennare, pensare di declinare l’invito, o ipotizzare di portarsi il “pasto da casa” (questa potrebbe essere una opzione nel caso ciò avvenga quotidianamente e non si abbia una possibilità di scelta), ma nel caso di uno sporadico evento, ciò POTREBBE, inficiare sullo spirito conviviale che caratterizza l’alimentazione.

Perché abbiamo paura dei pasti conviviali
In queste situazioni è fondamentale “spezzare il capello in quattro” cercando di approfondire la motivazione per cui siamo “limitati”.
Ciò potrebbe essere dovuto alla paura di “rovinare i sacrifici fatti”. Se pensiamo all’alimentazione come sacrificio, ci poniamo in modo psicologicamente non adeguato rispetto a questo importante aspetto della vita. Può capitare solo per limitati periodi di tempo, come in vista di una gara. In ogni caso un pasto “fuori norma” più o meno moderato non rovina niente, è importante sapersi autogestire con consapevolezza. In questo modo, potremo tranquillamente rispettare il nostro “piano”, limitandoci e selezionando eventualmente ciò che vogliamo.
Può capitare di scoprire che il timore non è tanto il venire “contaminati” da alimenti “diversi” ma la preoccupazione di non riuscire a regolarsi dal punto di vista quantitativo, perdendo il controllo, per variabili endogene (emozioni, slatentizzazione di desideri alimentari troppo repressi) oppure esterne (la spinta da parte degli altri, la paura di offenderli, la necessità di “finire quello che si ha nel piatto” perché ci è stato insegnato così), oppure a non saper dire di no (in quel caso bisognerà esercitare l’assertività).

Il rispetto di sé
La consapevolezza di aver fatto una scelta implica anche il riuscire a decidere, la convinzione di poter vivere con serenità gli eventi sociali, che peraltro non sono finalizzati esclusivamente al cibarsi, ma a condividere un momento di vita, di cui il cibo è solo un aspetto.
Possiamo in parte adeguarci, ma facendo in modo di venire rispettati. Questo aspetto viene spesso dato per scontato offendendoci se ciò non accade, quando è utile ricordare che certe cose non sono affatto ovvie per le persone che non condividono un percorso, ma che verrebbero comprese se si esponessero chiaramente e con semplicità.
Infine non è necessario che le argomentazioni vengano condivise o sostenute dagli altri, ma che perlomeno vengano accettate e se così non fosse, è giusto elaborare le motivazioni per cui ciò non avviene.

Obiettivo: benessere psicofisico
Ognuno nella vita ha il diritto e il dovere di scegliere. Dal momento in cui l’alimentazione è una scelta è giusto che in base a motivazioni ed esigenze personali ogni persona abbia, nei limiti della salute, la possibilità di decidere. Quello che è fondamentale è che questo non “costringa”, non limiti e non sfoci in comportamenti disfunzionali. Ne sono degli esempi: il chiudersi in se stessi o il negarsi situazioni familiari o sociali per timori infondati e facilmente risolvibili.
Lo sport e l’alimentazione abbracciano (nella gran parte del casi, per lo meno, dovrebbero) in modo indissolubile in concetto di benessere PSICOFISICO, e questo prevede il modellare le proprie esigenze in base agli altri ambiti della propria vita per fare in modo che non diventino un rigido diktat che contrasti con la propria serenità.

